Ci sono incontri che non sono solo collaborazioni, ma momenti di sintesi. L’intervista rilasciata alla rivista Casa Chic è stata per me l’occasione di fermare il tempo e osservare quel “filo invisibile” che lega il mio lavoro di Interior Designer alla creazione tessile.
In queste pagine, ho raccontato come nasce la scintilla di un tessuto, la memoria ereditata che abita le mie stoffe e la bellezza dell’incertezza racchiusa in una tintura naturale. Dalla riscoperta del Panno Marchigiano all’incontro silenzioso con l’acqua e i pigmenti, l’intervista esplora l’essenza di Materiaprima: un atelier dove il tempo non è un limite, ma l’ingrediente fondamentale della bellezza.

Vi lascio alle parole raccolte da Casa Chic, per entrare insieme tra le trame della mia ricerca.
Il lino, l’indaco, i pigmenti naturali… c’è un momento preciso in cui ha capito che il tessuto sarebbe diventato il suo linguaggio?
Più che di momento preciso, è stato un processo graduale e silenzioso quello di porre maggiore attenzione ai tessuti. Quest’ultimi da sempre rientrano nel mio contesto lavorativo, ma l’attenzione specifica ai tessuti della nostra tradizione, è arrivata in seguito ad un lavoro di progettazione realizzato per una committenza che voleva fortemente esprimere i valori del territorio locale e della tradizione in veste rinnovata. In questo caso è stato fatto un vero e proprio lavoro Custom dove hanno preso vita i primi cuscini, tovagliati ed razzi, tutti interpretati con il panno marchigiano, abbinandoli agli arredi scelti. Da lì è scattata come una scintilla, ma è anche emerso di colpo un vissuto ereditato in primis da mia madre, che nonostante non sia più in questa vita, continua ad essere ispirazione e motivo per raccontare il valore di questi tessuti. Allora è stato come aprirsi ad un nuovo viaggio…
Come nasce un tessuto? Sono in partenza tutti di recupero? Qual è il processo creativo?
Il processo creativo lo avvicino al concetto di “immersione”; una sorta di connessione profonda che arriva in una dimensione di incontro con i materiali…A volte l’ispirazione è dettata da un progetto su commissione con le sue visioni, in altre è elaborata dall’osservazione di un ambiente, in altre ancora improvvisa perché magari ci sono immagini sedimentate che emergono in momenti inaspettati… È un processo personale abbastanza insolito e non corrispondente ad una disciplina, se non quella di dedizione di “essere nel qui ed ora” legato inevitabilmente al mio lavoro di Interior Designer. I tessuti sono recuperati da partite nuove, mai utilizzate e rimaste in antichi bauli, o da giacenze di magazzino di vecchi negozi che magari hanno dato la precedenza a produzioni attuali…ma tutto con la volontà non solo etica di non voler incrementare un fast fashion dannoso e inopportuno, ma anche di proporre una qualità indiscutibile dei prodotti del passato e della loro storia.
Le sue stoffe sembrano avere memoria dell’acqua: nello shibori, nel tie-dye, nelle sfumature. Quanto è importante l’elemento liquido nel suo processo creativo?
L’elemento acqua è insito in me da sempre… Dipingo e prediligo soprattutto la tecnica dell’acquarello, così è naturale l’elemento acqua. Rimango affascinata dalla sua natura incontrollabile, da come incontra i pigmenti colorati facendoli “suoi”, dalla sua capacità di diluire come in un incontro amoroso…Potrei scrivere per ore sul significato e valore dell’acqua per me, anche indubbiamente influenzata dal fatto che ho la fortuna di vivere a pochi chilometri dal mare.
I motivi botanici che ricama, dipinge o stampa (libellule, fiori selvatici, papaveri) da dove arrivano? Sono osservazione diretta, o qualcosa di più interiore?
Credo l’uno e l’altro…l’osservazione del territorio dettata da una educazione fortunata, dal fatto che sono cresciuta in un ambiente potrei dire di campagna in cui mi son sentita sempre a contatto con la natura (non potrei mai vivere in città…!) e una serie di elaborazioni simboliche attraverso un pensare intimo…ad esempio la linea che contempla la libellula…un insetto che ha molto da dire sul suo significato simbolico …trasformazione, libertà, leggerezza, spiritualità…insomma un elemento che mi sta molto a cuore.
C’è una differenza, nel suo lavoro, tra ciò che è destinato alla tavola e ciò che abita il divano o il letto? Cambia qualcosa nel modo in cui progetta i pezzi?
La metodica adottata per la progettazione è la stessa, o meglio l’atteggiamento di ricerca e di conoscenza che viene richiesto in fase iniziale è il medesimo ed è fondamentale. Ovviamente cambiano notevolmente le fasi di lavorazione…un divano ha degli aspetti ergonomici, funzionali ed estetici con prerogative differenti da una tovaglia, così come sono del tutto differenti le prestazioni a cui sono chiamati i singoli elementi. Rimane comune l’obiettivo finale di un risultato corrispondente alle prerogative ampie iniziali accennate.
Lo shibori è una tecnica che richiede di accettare l’imprevisto, il risultato non è mai del tutto controllabile. Come vive questa dimensione di incertezza?
L’incertezza è una magnifica sfida, soprattutto per me che caratterialmente tendo ad un controllo delle situazioni, generato anche dagli aspetti prettamente più tecnici del mio ruolo di interior designer…Trovo molto affine questa tecnica al mio concetto amato dell’Imperfezione. L’imperfezione è verità innanzitutto della natura di un prodotto…ne esalto la libertà di espressione, la sua capacità di rimanere nella bellezza pur in modo anarchico, rimango catturata da un risultato finale che pur incerto, pur ribelle, come appunto lo shibori, permette il colore ove non costretto, espande in modo inconsueto nelle fibre i pigmenti colorati… È fluire insieme all’incertezza…in fondo è un parallelo della vita stessa e l’accettazione è il segreto per condividerla. Trovo interessante adottare e sperimentare tecniche decorative non della nostra tradizione perché, pur adottando tessuti antichi, non è nella mia intenzione riproporli in veste tradizionale, ma reinterpretarli in una nuova versione.
La palette che usa, verdi polverosi, rosa sfumati, blu profondi, sembra venire da un altrove preciso. C’è un paesaggio, una stagione, una luce a cui torna sempre?
Torno a ciò che mi ha cresciuto e formato…la natura dei luoghi che vivo, la scoperta del mio territorio, delle Marche da cui nasco e da cui non mi sono mai allontanata, è arrivata con maggiore consapevolezza in età adulta, l’età in cui le scelte sono maggiormente incisive. Le Marche, come lo stesso nome suggerisce è un territorio variegato, i cui colori non sono mai violenti…le stesse colline hanno un andamento dolce con toni morbidi per poi arrivare ad incontrare il blu del mare. Tutte le stagioni hanno i loro preziosi colori e le loro differenti luci. Personalmente prediligo la stagione della Primavera, il rifiorire dopo un lungo inverno, le giornate che si allungano nelle ore di luce, la natura che si risveglia…è un po’ come il sabato del villaggio…l’attesa e il preludio che invoca alla vicina estate, ad una festa che avverrà di cui non sappiamo l’esito. Poi credo che ci sia molto anche inconsciamente della propria indole… Adotto spesso nei ricami i fili spessi, con colori decisi che definiscono, pur in modo irregolare i tratti dei motivi scelti…come una necessità di “essere”.
Nelle foto, i suoi tessuti sembrano a proprio agio all’aperto quanto dentro casa. Pensa allo spazio quando crea, o i pezzi trovano da soli il loro posto?
Mi piace l’idea di uno spazio casalingo che abbia una estensione all’esterno. Sono ad esempio aumentate le richieste di una committenza che pone maggiore attenzione ad esempio dell’arredo da giardino, così come la necessità di cura anche di un semplice balcone. Pensando all’aspetto pratico, bisogna tenere conto che alcuni tessuti possono subire maggiormente l’usura e lo scolorimento se vissuti solo all’aperto, mentre se commissionati per uno specifico stile di arredamento ovviamente si parte dall’osservazione dello spazio in cui saranno collocati…ma pensare che un pezzo trovi armonia in un ambiente sia in casa che all’aperto, lo trovo gratificante per una natura eclettica che può essere a volte premiante.
Quanto conta per lei che chi acquista un suo tessuto sappia come è fatto (la fatica, il tempo, la tecnica)? O preferisce che l’oggetto parli da solo?
Chi acquista è importantissimo che sia consapevole del tempo, della fatica, della tecnica e del processo che vi è in ogni singolo prodotto. È un arricchimento, un valore aggiunto da cui non si può prescindere, è conoscenza buona che nutre l’acquirente spinto, oltre ad una personale attrazione insondabile verso l’oggetto, anche a possedere un bagaglio di quel sapere legato al valore storico, culturale e pratico. L’oggetto parla da solo nel momento in cui tutto ciò lo precede e viene raccontato…
C’è un confine, nel suo lavoro, tra artigianato e arte? Le interessa definirlo, oppure preferisce stare deliberatamente in mezzo?
Fatico moltissimo a stabilire e definire confini in questo contesto. Ho sempre pensato che ci sia pari dignità e valore tra ciò che viene classificato artistico rispetto all’ambito artigianale. Mi sono sempre chiesta quali sono i parametri per dare valore ad un manufatto ad esempio di un dipinto rispetto ad opera di un ceramista o di un falegname… Io per prima dipingo e i miei acquerelli contano per me come una tovaglia ben progettata o una cucina. Amo i patchwork, i mosaici, i caleidoscopi…e pur provando ad inquadrare me stessa per prima con uno specifico ruolo professionale, ho sempre fallito perché si verificava essere una forzatura. Pertanto credo che il valore sia dettato dall’onestà, dalla dedizione e passione con cui si fanno le cose. Sono concorde con una citazione di un’artista che mi è sempre piaciuta che diceva: “Per me non c’è separazione tra i miei dipinti e i miei ‘cosiddetti’ lavori decorativi. Non ho mai considerato le arti minori frustranti artisticamente; al contrario, sono un’estensione della mia arte” (Sonia Delaunay).
Se dovesse apparecchiare la tavola perfetta con i suoi pezzi; dove sarebbe, in che stagione, con chi?
La tavola perfetta è quella in cui si celebra una festa, un anniversario, un qualsiasi evento importante, o semplicemente la Vita, in compagnia di buone energie e con le persone a cui si vuol bene, in una qualsiasi stagione dell’anno purché ci sia la volontà di stare!
Ci racconti un po’ di lei a partire dal nome della sua attività: da dove viene, cosa voleva che evocasse? Un nome è già un manifesto, in un certo senso. È d’accordo?
Ho impiegato diverso tempo nella scelta del nome, che ammetto essere un vero e proprio manifesto…Materia…il materico…qualcosa che si associa alla concretezza, alla solidità, alla verità ed essenza delle cose. Essendo nel mondo della casa in primis, ed avendo a che fare con il mondo dei materiali, ho scelto questo nome associandolo a Prima…cioè basilare, fondamentale, madre e principio. Il termine Prima -potrebbe avere una connotazione vanitosa come a voler essere la prima della classe, ma in realtà vuole significare Unicità, Originalità, Ricerca ed un percorso inevitabilmente nel mio caso, in solitaria. Nello sviluppo poi degli eventi, ho distinto Materiaprima Design per definire il mondo legato alla progettazione di Interni, mentre Materiaprima Crea esprime la parte prettamente più Crea-tiva e manuale del fare proprio.
C’è un filo invisibile che unisce il suo lavoro di Interior Decorator e quello di creatrice di tessuti, o sono due vite parallele che ogni tanto si incontrano?
Il mio ruolo di Interior Designer si intreccia come in una trama con quello legato ai tessuti. L’uno si incontra con l’altro in un dialogo continuo, in uno scambio e confronto parallelo. Poi ci sono fasi del lavoro che al contrario richiedono attenzione solo ad alcuni aspetti tecnici (ad esempio predisporre un progetto di impianto elettrico per un ambiente), che sono magari lontani della conoscenza della tecnica del ricamo libero e della macchina da cucire. La sfida, ma anche necessità di scelta per passione, è riuscire a far convivere questi mondi.
Quando progetta uno spazio per un cliente, i suoi tessuti entrano in gioco come soluzione o come punto di partenza?
Non esiste una regola in realtà…può succedere che il tessuto con il suo particolare carattere diventi fonte di ispirazione su cui far ruotare il tema dell’arredo e viceversa, un determinato stile dettato dal cliente mi suggerisce di andare ad interpretare con i tessuti, una soluzione di armonia e di integrazione. Ora ad esempio sto lavorando ad un progetto di relooking in cui la volontà della cliente è far riemergere l’atmosfera vintage di uno specifico periodo storico. Sono così partita alla ricerca di tessuti originali datati, trovati miracolosamente ancora intatti, che con i loro vivaci colori hanno ispirato le stesse tonalità poi adottate alle pareti. Quel filo invisibile di cui sopra che diventa importante!

