Materiaprima su Casa Chic

Ci sono incontri che non sono solo collaborazioni, ma momenti di sintesi. L’intervista rilasciata alla rivista Casa Chic è stata per me l’occasione di fermare il tempo e osservare quel “filo invisibile” che lega il mio lavoro di Interior Designer alla creazione tessile.

In queste pagine, ho raccontato come nasce la scintilla di un tessuto, la memoria ereditata che abita le mie stoffe e la bellezza dell’incertezza racchiusa in una tintura naturale. Dalla riscoperta del Panno Marchigiano all’incontro silenzioso con l’acqua e i pigmenti, l’intervista esplora l’essenza di Materiaprima: un atelier dove il tempo non è un limite, ma l’ingrediente fondamentale della bellezza.

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Vi lascio alle parole raccolte da Casa Chic, per entrare insieme tra le trame della mia ricerca.

Il lino, l’indaco, i pigmenti naturali… c’è un momento preciso in cui ha capito che il tessuto sarebbe diventato il suo linguaggio?
Più che di momento preciso, è stato un processo graduale e silenzioso quello di porre maggiore attenzione ai tessuti. Quest’ultimi da sempre rientrano nel mio contesto lavorativo, ma l’attenzione specifica ai tessuti della nostra tradizione, è arrivata in seguito ad un lavoro di progettazione realizzato per una committenza che voleva fortemente esprimere i valori del territorio locale e della tradizione in veste rinnovata. In questo caso è stato fatto un vero e proprio lavoro Custom dove hanno preso vita i primi cuscini, tovagliati ed razzi, tutti interpretati con il panno marchigiano, abbinandoli agli arredi scelti. Da lì è scattata come una scintilla, ma è anche emerso di colpo un vissuto ereditato in primis da mia madre, che nonostante non sia più in questa vita, continua ad essere ispirazione e motivo per raccontare il valore di questi tessuti. Allora è stato come aprirsi ad un nuovo viaggio…


Come nasce un tessuto? Sono in partenza tutti di recupero? Qual è il processo creativo?
Il processo creativo lo avvicino al concetto di “immersione”; una sorta di connessione profonda che arriva in una dimensione di incontro con i materiali…A volte l’ispirazione è dettata da un progetto su commissione con le sue visioni, in altre è elaborata dall’osservazione di un ambiente, in altre ancora improvvisa perché magari ci sono immagini sedimentate che emergono in momenti inaspettati… È un processo personale abbastanza insolito e non corrispondente ad una disciplina, se non quella di dedizione di “essere nel qui ed ora” legato inevitabilmente al mio lavoro di Interior Designer. I tessuti sono recuperati da partite nuove, mai utilizzate e rimaste in antichi bauli, o da giacenze di magazzino di vecchi negozi che magari hanno dato la precedenza a produzioni attuali…ma tutto con la volontà non solo etica di non voler incrementare un fast fashion dannoso e inopportuno, ma anche di proporre una qualità indiscutibile dei prodotti del passato e della loro storia.


Le sue stoffe sembrano avere memoria dell’acqua: nello shibori, nel tie-dye, nelle sfumature. Quanto è importante l’elemento liquido nel suo processo creativo?
L’elemento acqua è insito in me da sempre… Dipingo e prediligo soprattutto la tecnica dell’acquarello, così è naturale l’elemento acqua. Rimango affascinata dalla sua natura incontrollabile, da come incontra i pigmenti colorati facendoli “suoi”, dalla sua capacità di diluire come in un incontro amoroso…Potrei scrivere per ore sul significato e valore dell’acqua per me, anche indubbiamente influenzata dal fatto che ho la fortuna di vivere a pochi chilometri dal mare.


I motivi botanici che ricama, dipinge o stampa (libellule, fiori selvatici, papaveri) da dove arrivano? Sono osservazione diretta, o qualcosa di più interiore?
Credo l’uno e l’altro…l’osservazione del territorio dettata da una educazione fortunata, dal fatto che sono cresciuta in un ambiente potrei dire di campagna in cui mi son sentita sempre a contatto con la natura (non potrei mai vivere in città…!) e una serie di elaborazioni simboliche attraverso un pensare intimo…ad esempio la linea che contempla la libellula…un insetto che ha molto da dire sul suo significato simbolico …trasformazione, libertà, leggerezza, spiritualità…insomma un elemento che mi sta molto a cuore.


C’è una differenza, nel suo lavoro, tra ciò che è destinato alla tavola e ciò che abita il divano o il letto? Cambia qualcosa nel modo in cui progetta i pezzi?
La metodica adottata per la progettazione è la stessa, o meglio l’atteggiamento di ricerca e di conoscenza che viene richiesto in fase iniziale è il medesimo ed è fondamentale. Ovviamente cambiano notevolmente le fasi di lavorazione…un divano ha degli aspetti ergonomici, funzionali ed estetici con prerogative differenti da una tovaglia, così come sono del tutto differenti le prestazioni a cui sono chiamati i singoli elementi. Rimane comune l’obiettivo finale di un risultato corrispondente alle prerogative ampie iniziali accennate.


Lo shibori è una tecnica che richiede di accettare l’imprevisto, il risultato non è mai del tutto controllabile. Come vive questa dimensione di incertezza?
L’incertezza è una magnifica sfida, soprattutto per me che caratterialmente tendo ad un controllo delle situazioni, generato anche dagli aspetti prettamente più tecnici del mio ruolo di interior designer…Trovo molto affine questa tecnica al mio concetto amato dell’Imperfezione. L’imperfezione è verità innanzitutto della natura di un prodotto…ne esalto la libertà di espressione, la sua capacità di rimanere nella bellezza pur in modo anarchico, rimango catturata da un risultato finale che pur incerto, pur ribelle, come appunto lo shibori, permette il colore ove non costretto, espande in modo inconsueto nelle fibre i pigmenti colorati… È fluire insieme all’incertezza…in fondo è un parallelo della vita stessa e l’accettazione è il segreto per condividerla. Trovo interessante adottare e sperimentare tecniche decorative non della nostra tradizione perché, pur adottando tessuti antichi, non è nella mia intenzione riproporli in veste tradizionale, ma reinterpretarli in una nuova versione.


La palette che usa, verdi polverosi, rosa sfumati, blu profondi, sembra venire da un altrove preciso. C’è un paesaggio, una stagione, una luce a cui torna sempre?
Torno a ciò che mi ha cresciuto e formato…la natura dei luoghi che vivo, la scoperta del mio territorio, delle Marche da cui nasco e da cui non mi sono mai allontanata, è arrivata con maggiore consapevolezza in età adulta, l’età in cui le scelte sono maggiormente incisive. Le Marche, come lo stesso nome suggerisce è un territorio variegato, i cui colori non sono mai violenti…le stesse colline hanno un andamento dolce con toni morbidi per poi arrivare ad incontrare il blu del mare. Tutte le stagioni hanno i loro preziosi colori e le loro differenti luci. Personalmente prediligo la stagione della Primavera, il rifiorire dopo un lungo inverno, le giornate che si allungano nelle ore di luce, la natura che si risveglia…è un po’ come il sabato del villaggio…l’attesa e il preludio che invoca alla vicina estate, ad una festa che avverrà di cui non sappiamo l’esito. Poi credo che ci sia molto anche inconsciamente della propria indole… Adotto spesso nei ricami i fili spessi, con colori decisi che definiscono, pur in modo irregolare i tratti dei motivi scelti…come una necessità di “essere”.


Nelle foto, i suoi tessuti sembrano a proprio agio all’aperto quanto dentro casa. Pensa allo spazio quando crea, o i pezzi trovano da soli il loro posto?
Mi piace l’idea di uno spazio casalingo che abbia una estensione all’esterno. Sono ad esempio aumentate le richieste di una committenza che pone maggiore attenzione ad esempio dell’arredo da giardino, così come la necessità di cura anche di un semplice balcone. Pensando all’aspetto pratico, bisogna tenere conto che alcuni tessuti possono subire maggiormente l’usura e lo scolorimento se vissuti solo all’aperto, mentre se commissionati per uno specifico stile di arredamento ovviamente si parte dall’osservazione dello spazio in cui saranno collocati…ma pensare che un pezzo trovi armonia in un ambiente sia in casa che all’aperto, lo trovo gratificante per una natura eclettica che può essere a volte premiante.


Quanto conta per lei che chi acquista un suo tessuto sappia come è fatto (la fatica, il tempo, la tecnica)? O preferisce che l’oggetto parli da solo?
Chi acquista è importantissimo che sia consapevole del tempo, della fatica, della tecnica e del processo che vi è in ogni singolo prodotto. È un arricchimento, un valore aggiunto da cui non si può prescindere, è conoscenza buona che nutre l’acquirente spinto, oltre ad una personale attrazione insondabile verso l’oggetto, anche a possedere un bagaglio di quel sapere legato al valore storico, culturale e pratico. L’oggetto parla da solo nel momento in cui tutto ciò lo precede e viene raccontato…


C’è un confine, nel suo lavoro, tra artigianato e arte? Le interessa definirlo, oppure preferisce stare deliberatamente in mezzo?
Fatico moltissimo a stabilire e definire confini in questo contesto. Ho sempre pensato che ci sia pari dignità e valore tra ciò che viene classificato artistico rispetto all’ambito artigianale. Mi sono sempre chiesta quali sono i parametri per dare valore ad un manufatto ad esempio di un dipinto rispetto ad opera di un ceramista o di un falegname… Io per prima dipingo e i miei acquerelli contano per me come una tovaglia ben progettata o una cucina. Amo i patchwork, i mosaici, i caleidoscopi…e pur provando ad inquadrare me stessa per prima con uno specifico ruolo professionale, ho sempre fallito perché si verificava essere una forzatura. Pertanto credo che il valore sia dettato dall’onestà, dalla dedizione e passione con cui si fanno le cose. Sono concorde con una citazione di un’artista che mi è sempre piaciuta che diceva: “Per me non c’è separazione tra i miei dipinti e i miei ‘cosiddetti’ lavori decorativi. Non ho mai considerato le arti minori frustranti artisticamente; al contrario, sono un’estensione della mia arte” (Sonia Delaunay).


Se dovesse apparecchiare la tavola perfetta con i suoi pezzi; dove sarebbe, in che stagione, con chi?
La tavola perfetta è quella in cui si celebra una festa, un anniversario, un qualsiasi evento importante, o semplicemente la Vita, in compagnia di buone energie e con le persone a cui si vuol bene, in una qualsiasi stagione dell’anno purché ci sia la volontà di stare!


Ci racconti un po’ di lei a partire dal nome della sua attività: da dove viene, cosa voleva che evocasse? Un nome è già un manifesto, in un certo senso. È d’accordo?
Ho impiegato diverso tempo nella scelta del nome, che ammetto essere un vero e proprio manifesto…Materia…il materico…qualcosa che si associa alla concretezza, alla solidità, alla verità ed essenza delle cose. Essendo nel mondo della casa in primis, ed avendo a che fare con il mondo dei materiali, ho scelto questo nome associandolo a Prima…cioè basilare, fondamentale, madre e principio. Il termine Prima -potrebbe avere una connotazione vanitosa come a voler essere la prima della classe, ma in realtà vuole significare Unicità, Originalità, Ricerca ed un percorso inevitabilmente nel mio caso, in solitaria. Nello sviluppo poi degli eventi, ho distinto Materiaprima Design per definire il mondo legato alla progettazione di Interni, mentre Materiaprima Crea esprime la parte prettamente più Crea-tiva e manuale del fare proprio.


C’è un filo invisibile che unisce il suo lavoro di Interior Decorator e quello di creatrice di tessuti, o sono due vite parallele che ogni tanto si incontrano?
Il mio ruolo di Interior Designer si intreccia come in una trama con quello legato ai tessuti. L’uno si incontra con l’altro in un dialogo continuo, in uno scambio e confronto parallelo. Poi ci sono fasi del lavoro che al contrario richiedono attenzione solo ad alcuni aspetti tecnici (ad esempio predisporre un progetto di impianto elettrico per un ambiente), che sono magari lontani della conoscenza della tecnica del ricamo libero e della macchina da cucire. La sfida, ma anche necessità di scelta per passione, è riuscire a far convivere questi mondi.


Quando progetta uno spazio per un cliente, i suoi tessuti entrano in gioco come soluzione o come punto di partenza?
Non esiste una regola in realtà…può succedere che il tessuto con il suo particolare carattere diventi fonte di ispirazione su cui far ruotare il tema dell’arredo e viceversa, un determinato stile dettato dal cliente mi suggerisce di andare ad interpretare con i tessuti, una soluzione di armonia e di integrazione. Ora ad esempio sto lavorando ad un progetto di relooking in cui la volontà della cliente è far riemergere l’atmosfera vintage di uno specifico periodo storico. Sono così partita alla ricerca di tessuti originali datati, trovati miracolosamente ancora intatti, che con i loro vivaci colori hanno ispirato le stesse tonalità poi adottate alle pareti. Quel filo invisibile di cui sopra che diventa importante!

Il Panno Marchigiano oggi.

In un mondo dominato dall’abbondanza dell’effimero, esiste un lusso che non si può fabbricare: quello del tempo che è già trascorso.

Il Panno Marchigiano oggi non è un prodotto che esce da una linea di produzione di montaggio, ma una materia che riemerge dal silenzio, portando con sé la forza delle radici e la promessa della durata.

Lavorare con questo tessuto storico delle Marche significa, prima di tutto, onorare un’eredità che ha saputo attendere il momento giusto per tornare a splendere ed esprimere pienamente un ruolo nativo dedicato alla casa in primis.

Il panno nei bauli di famiglia

Per decenni, il Panno Marchigiano è sopravvissuto in una forma intima e domestica. È rimasto custodito nel buio dei bauli di noce, avvolto in sé stesso, protetto come un segreto di famiglia. Quei torselli in canapa non erano solo stoffa: erano il “capitale” delle donne marchigiane, una dote di resistenza pronta per essere tramandata.

Oggi, il mio lavoro inizia proprio da lì. Entrare in contatto con questi rotoli mai tagliati è stato un passaggio emotivo fortissimo: ha significato toccare una materia che è stata pensata, tessuta e conservata per durare generazioni, ha fatto riemergere vissuti personali e creato l’occasione di onorare il lavoro di una cultura contadina a cui mi sento debitrice. È un’eredità che non chiede di essere esposta in un museo, ma di tornare a vivere nelle case, di portare l’antico solido in forma attuale come un prezioso rinascimento.

Recuperare senza replicare

C’è una differenza profonda tra la riproduzione industriale e il mio approccio.

Materiaprima non produce “stile vintage”: non intendo presentare prodotti del passato, ma adoperarmi in un riuso tessile attuale adoperando il panno tradizionale con consapevolezza. Recuperare senza replicare o riproporre temi già visti, rielaborare e dare altre interpretazioni del prodotto innanzitutto con la volontà di conoscere la natura stessa della fibra che si ama per l’irregolarità della trama, per la patina del tempo depositato e per le caratteristiche importanti organolettiche e di qualità.

Non cerco di imitare il passato con macchinari moderni; scelgo di riattivare la materia storica esistente. Ogni pezzo che nasce in atelier è unico perché il torsello da cui proviene ha una sua storia, una sua densità e un suo tono di bianco naturale che nessuna tintura chimica potrebbe mai eguagliare, ed ogni prodotto finito non sarà mai uguale all’altro.

Dal tessuto rurale al progetto contemporaneo

Come può un materiale nato per le necessità della vita contadina — per i sacchi di granaglie o le lenzuola pesanti — dialogare con l’interior design di oggi? La risposta è nella sua architettura sensoriale e in una visione inevitabilmente personale, ma anche formatasi da anni di esperienza in un lavoro che continua a farmi innamorare.

Credo fortemente che la canapa abbia una matericità che scalda gli ambienti minimalisti e conferisca verità agli spazi moderni, ma che possa benissimo anche dialogare con una interpretazione classica facendo attenzione a non vestirsi di decori tradizionali già visti, ma mantenendo la sua semplicità o al contrario assumendo colori ed elementi di inserimento, in modo trasversale. Trasformare il panno in un cuscino, in una tenda o in un complemento d’arredo significa decontestualizzare la forza rurale per elevarla a elemento di design. Il Panno Marchigiano oggi è la risposta a chi cerca un’estetica “calma”, tattile e profondamente autentica.

Materia, memoria e identità

In ultima analisi, sostengo che il tessuto sia un portatore sano di memoria senza falsi sentimentalismi o ambigue nostalgie. Mi piacerebbe comunicare che quando sfiorate una creazione in Panno Marchigiano, non state toccando solo una fibra vegetale, ma il lavoro di mani che non ci sono più, il sole dei campi del Fermano e la cura di chi ha conservato quel rotolo per cinquant’anni, ma nello stesso tempo la volontà di creare benessere personale per la scelta accurata di qualcosa che creerà a sua volta benessere e piacevolezza nel proprio spazio casalingo e non.

Il recupero del Panno Marchigiano è un atto di resistenza all’oblio. È la dimostrazione che l’identità di un territorio può evolvere senza tradirsi, trasformando la memoria in un progetto contemporaneo che profuma ancora di terra e di futuro.

Canapa nel tessile: sostenibilità reale e cultura della fibra

Nel panorama contemporaneo, la parola “sostenibilità” è spesso svuotata di significato, ridotta a un’etichetta o a un colore o peggio ancora ad una moda di cui farsi belli…

Per me, la sostenibilità non è un obiettivo da raggiungere, ma il punto di partenza iscritto nel DNA delle fibre vegetali naturali. Il mio pensiero mi riporta sempre a Madre Natura e alle certezze e sicurezze che ne derivano.

Parlare di canapa tessile oggi significa riscoprire una cultura della materia che rispetta i cicli della terra e, soprattutto, la dignità dell’oggetto nel tempo.

Cosa significa davvero fibra naturale

Esiste una linea di demarcazione netta tra ciò che è generato dalla fotosintesi e ciò che nasce dal petrolio. Le fibre sintetiche (poliestere, nylon, acrilico) sono, essenzialmente, plastica: non respirano, accumulano elettricità statistica e rilasciano microplastiche a ogni lavaggio.

Al contrario, una fibra vegetale naturale è un organismo vivo. La canapa è composta da cellulosa, lignina e pectine; sono biomateriali che interagiscono con l’umidità dell’ambiente e con la temperatura del corpo umano. Scegliere queste fibre significa circondarsi di una materia che è biocompatibile, anallergica e totalmente biodegradabile, capace di tornare alla terra senza lasciare traccia. Lo spirito di base per me è scegliere e proporre. Scegliere ciò che viene da processi Naturali, proporre ciò che fa Bene.

La canapa nel tessile: la forza del fusto

La canapa tessile è la fibra della resistenza. Storicamente utilizzata per le vele delle navi e le funi, quando viene tessuta per il Panno Marchigiano rivela una nobiltà inaspettata.

  • Resistenza meccanica: È la fibra naturale più forte al mondo. Non si deforma e non cede sotto stress.
  • Gestione termica: Grazie alla sua conformazione cava, la canapa è un isolante naturale eccezionale. Mantiene il fresco in estate e trattiene il calore in inverno.
  • Durata: A differenza delle fibre industriali, che tendono a indebolirsi con i lavaggi, la canapa “si affina”: le sue fibre si ammorbidiscono progressivamente, diventando sempre più piacevoli al tatto senza mai perdere compattezza.

La Canapa per me è un esempio di quello che si vuol diventare “da grandi”… È ammirevole!

Sostenibilità come durata e non come slogan

Nella mia visione, il concetto chiave di sostenibilità nel tessile risiede in una sola parola: DURATA. Un prodotto è realmente ecologico non solo se nasce da fonti naturali, ma se non deve essere sostituito. Il Panno Marchigiano che recuperiamo dai bauli ha già dimostrato la sua sostenibilità vincendo la sfida contro il secolo scorso. La durata ci assicura risparmio reale, ma anche etico.

Oggi, riproporre queste fibre significa educare a un consumo lento. Un oggetto che dura cinquant’anni ha un impatto ambientale infinitamente minore di uno “ecologico” che deve essere smaltito dopo due stagioni. La vera avanguardia non è inventare nuovi materiali, o almeno non sintetici, ma tornare alla saggezza di fibre che hanno già dimostrato di saper abitare il tempo e di proteggere noi e l’ambiente.

La Canapa oggi: tra eredità e modernità

Guardando al presente, la produzione della canapa ha subito una trasformazione profonda rispetto all’epoca in cui nascevano i torselli del Fermano.

Mentre la produzione antica era un rito interamente manuale e locale — dalla macerazione nei fiumi alla filatura con il fuso — oggi la tecnologia permette di ottenere filati di canapa con una regolarità e una finezza impensabili un tempo. Tuttavia, questa precisione moderna spesso sacrifica quel “carattere” materico e quell’irregolarità che rendono il panno d’epoca una scultura tessile. Adoro scovare nel tessuto originale quella fibra variata nel colore o nello spessore, osservare la sua natura di inclusione (se vogliamo usare un termine attuale…) è quanto di più rasserenante e di accettazione per la verità.

Anche il suo uso è altrettanto cambiato: se un tempo la canapa era la fibra della necessità rurale (sacchi, teli da lavoro, lenzuola pesanti), oggi è diventata il simbolo di un lusso etico e d’avanguardia. Non amo molto la parola Lusso, ma se lo associo a Ricerca e Originalità, allora Scegliere la canapa oggi significa sposare una filosofia di vita Lussuosa, che privilegia il benessere della pelle e dell’ambiente, trasformando quello che era un materiale di sussistenza nel protagonista dell’alto design sostenibile. Nel mondo del Design di Interni entrano in gioco tanti elementi importanti e il tessuto de Lu Pannu è capace di vestire perfettamente questo settore variegato, che ci appartiene, rivestendo molti ruoli diversi ed interessanti.

Il Panno Marchigiano

Esiste un istante preciso, nell’entroterra fermano, in cui il tempo sembra sospendersi.

È il momento in cui ho sollevato il coperchio di un vecchio baule in noce appartenuto ai miei nonni, da sempre vissuto in soffitta, atto a contenere la biancheria di famiglia… In quel momento in cui il silenzio si è mescolato alla curiosità e ad un evitabile lungometraggio di immagini e parole vissute, l’aria si è riempita di un profumo asciutto, di polvere buona e di mela rosa. Sotto strati di ricordi e racconti, riposava il Panno Marchigiano.

Non chiamatelo semplicemente “tessuto”. E, soprattutto, non scambiatelo per lana. Il Panno Marchigiano autentico è una creatura vegetale. È il figlio nobile di fibre antiche, in particolare della Canapa molto presente nella mia provincia di Fermo, che per secoli ha vestito le case e i corpi delle nostre terre, intrecciando la sua resistenza in un abbraccio indistruttibile.

L’equivoco del nome

Perché l’anima è vegetale. Nell’immaginario comune, la parola “panno” richiama più facilmente il calore della lana, fibra di natura animale. Ma nelle colline che guardano l’Adriatico, il panno è sempre stato sinonimo di terra, stelo e acqua. Mentre la lana dominava le vette dei Sibillini, nelle vallate del Fermano il vero tesoro era la fibra liberiana, fibra naturale tessile ricavata dal libro, la corteccia interna della pianta di canapa. È composta principalmente da cellulosa, pectina e lignina, note per l’elevata resistenza, tenacità e capacità di assorbimento.

La scelta della Canapa non era solo estetica, ma di sopravvivenza. Questa fibra possiede una forza meccanica che sfida i decenni, apportando quella tipica matericità irregolare, quella nervatura “fiammata” che rende ogni centimetro di panno un pezzo unico, mai uguale al precedente.

La fibra del popolo

Tra necessità e dignità sociale. Il Panno Marchigiano è il prodotto simbolo della cultura contadina della qualei miei nonni sonostati interpreti e testimoni; un mondo di terra, sudore e di quel fare autentico necessario per una economia contenuta ma ricco di dignità e di conoscenze. In un’epoca in cui le famiglie più altolocate potevano permettersi tessuti d’importazione, sete o broccati, nelle case rurali la canapa rappresentava la risorsa primaria. Era una materia democratica ma preziosissima: saper coltivare, filare e tessere la propria canapa significava indipendenza e fierezza. Il panno non cercava di imitare il lusso dei palazzi, ma creava una propria nobiltà fatta di sostanza e resistenza estrema. La Canapa e il suo carattere, in fondo, ci assomiglia!

La Geografia del Panno

L’eredità dell’acqua e i suoi usi. Per capire il Panno Marchigiano bisogna ascoltare i nomi dei luoghi. Macerata, città che deve il suo nome al concetto di macerazione del lino e della canapa, le Vurghe lungo il fiume Tenna, i Molinelli… Tutto era legato all’acqua, elemento vitale e fondamentale, in cui la fibra veniva immersa, battuta e purificata. La canapa nasceva nell’acqua e nel sole: un processo lento, che richiedeva mesi di pazienza prima ancora di incontrare il telaio.

Era un’economia domestica e sacra. Ogni famiglia coltivava il proprio appezzamento di canapa, destinando le fibre più fini — il nocchie — alla creazione dei Torselli per la dote. Ma l’uso del panno abbracciava ogni aspetto della vita:

  • Il corredo nobile: Lenzuola e tovaglie destinate a durare generazioni.
  • La vita rurale: Camicie da lavoro e grembiuli che proteggevano il corpo durante la mietitura.
  • La quotidianità: Teli pesanti per il trasporto del pane e sacchi robusti per la conservazione del grano e delle sementi.

Il Torsello

Un capitale di tempo. Il cuore pulsante di questa tradizione è il Torsello meglio, Lu Pannu nel nostro dialetto, quello che ho sentito pronunciare in casa da sempre e da quando sono nata. Non un semplice rotolo di stoffa, ma un’unità di misura della cura. Un torsello di panno in canapa, lungo dodici metri e largo quanto l’apertura delle braccia di una donna al telaio, rappresentava il risparmio di una vita.

Veniva conservato integro, avvolto su sé stesso, protetto da frutti di cotogno per preservarne l’umidità naturale. Era un “capitale latente”: non veniva tagliato se non per necessità, restando per anni in attesa di trasformarsi in lenzuola, tovaglie o sacchi per il grano. Possedere dei torselli, avere tanti rotoli de pannu, significava possedere tempo solidificato e un’assicurazione sulla vita economica domestica della donna.

Come si produce il Panno Marchigiano

Dalla fibra al tessuto. La bellezza del Panno Marchigiano è il risultato di una precisa ingegneria rurale che trasforma la pianta in architettura tessile. La Canapa è il muscolo del panno: fibra cava e irregolare, conferisce una resistenza meccanica straordinaria e una traspirabilità naturale unica. È fresca d’estate e isolante d’inverno.

Il percorso della fibra è un esercizio di pazienza:

  • Mietitura e Stagionatura: Nel caldo del mese di agosto la canapa è mietuta e stesa su un pagliaio per almeno 15 giorni perché la fibra inizi in modo naturale a disidratarsi e stagionarsi.
  • Macerazione: Gli steli vengono immersi nelle storiche “vurghe“, piccole piscine bordate perimetralmente con delle pietre massicce, per sciogliere le sostanze gommose. Rimangono a bagno nell’acqua corrente del fiume per altri 10gg.
  • Essiccazione: Finito l’ammollo vengono raccolti e riportati ad asciugare in modo naturale all’aria per altri 10 gg.
  • Scotennatura: Una volta asciutti gli steli vengono battuti con la Macenga, uno strumento in legno atto a rompere e separare i filamenti dalla parte legnosa. Questa operazione di rottura della fibra la rende sfinita e sfibrata per poter essere poi lavorata più facilmente.
  • Scuturatura: Il termine dialettale “scuturare” indica uno scuotimento abbastanza violento e deciso che consente di liberare fisicamente le fibre di canapa dalla parte legnosa dello stelo.
  • Pettinatura: Con il canapino, “lu canapì”, un pettine con i denti in metallo prima più larghi e poi sempre più fitti, si separano e disciplinano le fibre più sottili capaci solo dopo questa fase di poter arrivare al fuso. Questa è la parte più pura, detta resta, da cui si ricava la fibra lunga. Solo le fibre più lunghe e integre vengono destinate alla filatura, garantendo un filo che non si spezza e non crea peluria (pilling). A seconda della pettinatura si definiscono diversi usi: la fibra di qualità superiore “lu pinicchiu” si usa per le lenzuola, quella più grezza “lu toppe” per il pagliariccio, materasso di foglie di granoturco e canapa, e le corde.
  • Filatura: La matassa di fibre viene avvolta in cima alla conocchia e da lì, inumidendo il filo con la saliva, si compattano le fibre arrotolandole su loro stesse in modo da creare il filo. Questo viene agganciato al fuso che permette di avvolgerlo per creare una bobina. Quando li fuso è pieno il filo viene districato avvolgendolo sul filarello, attrezzo formato da rombi che si gira a mano.
  • Tessitura: Dal filarello il filo viene avvolto sul cannello e inserito poi nella navetta che si fa viaggiare in orizzontale sul telaio per creare la tela.
  • Lavaggio: La tela viene lavata con la lisciva, nota ancora oggi come candeggina naturale, per sbiancarla e sgrassarla dai residui lasciati dalle fasi precedenti. La ricetta prevede di far bollire 1kg di cenere in 5l di acqua per 3 ore, poi si lascia riposare. Il residuo sul fondo si usa come pasta abrasiva naturale.
  • Asciugatura: il panno è infine steso al sole per farlo asciugare e sbiancarlo ulteriormente.

La tessitura e il candeggio

L’armatura del panno è solitamente a tela, caratterizzata da una compattezza e uno spessore che trasmettono protezione. La densità dell’intreccio crea quella superficie vibrante dove la luce gioca con le irregolarità della fibra. Una volta ultimato al telaio, il panno veniva steso nei campi al sole per diversi giorni per sbiancarlo naturalmente attraverso l’azione della luce e della rugiada.

Ho vaghi ricordi di mia madre che usò un paio di quei rotoli per farne una tovaglia “per tutti i giorni”, perchè nei giorni di festa o per gli eventi “recordativi” avrebbe messo a tavola quella di fiandra ricamata a mano. Ricordo la serietà del gesto: come una sacerdotessa autorizzata ad attingere ad un tempio sacro, mi guardò con lo sguardo serio mentre apriva il baule e con il monito, a seguire, di non sprecare niente e di non rovinare nulla di quel forziere contenente tesori. L’immagine del bianco candore del tessuto steso ad asciugare, fu la cornice di quella felice operazione, in cui solo il sole, a detta di mia madre, poteva far meglio della “varichina” (candeggina).

Una bellezza che nasce dal tempo

Oggi, Materiaprima, recupera quei torselli dimenticati.

Oggi ho riaperto bauli, ho attinto dalla storia, ho voluto far riemergere la verità delle fatiche dei nostri antenati, ho creduto alla bellezza che si sposa alla qualità, ho creduto che nulla possa essere distrutto ma rinnovato, ho fatto ricerche e domande, ripercorso tracciati ed ascoltato voci antiche…mi sono emozionata. nel mio lavoro di interior designer tutto si è strutturato e conformato, perfettamente integrato nella realtà attuale, animato rianimato, presente in una nuova vita. Prezioso suggerimento alla mia professione

Il Panno Marchigiano in canapa è un materiale “tecnico” per le sue proprietà: è anallergico, assorbe l’umidità e, incredibilmente, migliora con l’uso. Più viene lavato, più diventa setoso; più vive, più brilla. È il manifesto di una sostenibilità scritta nella sua stessa struttura molecolare. Ha una sua inaspettata sottile elasticità che orgogliosamente, però, nasconde in prima battuta. Stirare il panno è a volte una sfida con lo stesso…Per quanto possa concedere all’azione energica di un ferro a vapore, in realtà manterrà sempre la sua natura originale, così come gli infiniti lavaggi saranno sempre affrontati e sostenuti con una eccellente resistenza.

Riscoprire questo tessuto significa accogliere in casa un oggetto che ha attraversato il Novecento restando puro, pronto a raccontare una nuova storia nel design contemporaneo.

Riscoprire questo tessuto, per me significa riscoprire la mia storia personale e quella di un intero territorio molto amato.

Lu Pannu

Mia madre aveva un detto e lei molto caro: “Roba vecchia nun me buttà, sempre comoda me po’ scappà” (Non buttare la roba vecchia perché può sempre servire).

Per una serie di vicissitudini, e perché nasco femmina, mia madre iniziò sin da subito a rispondere a quello che lei considerava un sacro dovere nei miei confronti: fornirmi un corredo di tutto rispetto per un futuro che mi avrebbe vista accompagnata da lenzuoli, asciugamani, tovaglie – e chi più ne ha più ne metta – per un ipotetico radioso ruolo di sposa, madre e donna di casa.
Questa visione che io consideravo fortemente arcaica con manifestazioni soprattutto in adolescente età, di sbuffi, ribellioni e noncuranza nei confronti di mia madre, diventò nel passaggio del tempo tutt’altro… Come tutti i giovani ero attratta dalle novità del momento e dal ricambio delle cose mordi e fuggi… Trovavo del tutto inutile lo sforzo che faceva, soprattutto economico. Vedevo mia madre fare sacrifici e, con la fatica del lavoro, metter via sempre quel qualcosa che avrebbe contribuito a pagare il miglior lenzuolo di lino, gli asciugamani di fiandra e quel fatidico e pregiato tombolo che avrebbe un giorno campeggiato sul letto matrimoniale.

Poi la vita ti fa sedimentare, senza quasi accorgertene, un vissuto antico; ti fa crescere inevitabilmente, e inevitabilmente tua madre riaffiora in ogni gesto e quel suo detto emerge forte e chiaro fino a diventare ora una ragione, un monito, una vera e propria azione per le tue scelte personali e lavorative. Così, dopo aver ringraziato di cuore e quotidianamente mia madre per ogni giorno vissuto con il lenzuolo di lino perché fresco d’estate e caldo in inverno, o gli asciugamani di puro cotone che ti accolgono con delicatezza e le tovaglie che rendono festa anche il quotidiano, sono andata a riaprire il vecchio baule che conteneva “Lu pannu”.

Il panno, o “torsello” in italiano, è una tela grezza realizzata a telaio, solitamente con filati di lino, canapa e cotone, appartenente alle civiltà contadine che si ingegnavano ad autoprodurre questo prezioso prodotto per poi prepararvi il corredo della futura sposa.
Allora è stato come aprire un forziere contenente un tesoro, come toccare con mano la storia delle donne che ci hanno preceduto chine al telaio a tessere, come accarezzare la verità delle cose fatte a mano e con dedizione, un costante omaggio ad un mondo che mi è appartenuto e che voglio utilizzare nel mio lavoro in una veste nuova. Ho riaperto i vecchi rotoli, lavati, sbiancati e colorati. Ho iniziato a renderli cuscini, tovaglie, runner, tovagliette da colazione e ancora complementi di varia natura. Ho sperimentato tecniche di ricamo libero, tecniche di stampa su tessuto con le piante tintoree ed ancora infinite idee, ispirandomi sempre ad un mondo femminile fatto di amore e cura per la casa perché, del resto, quello è il mio mondo lavorativo in cui la progettazione di interni passa anche e soprattutto attraverso i complementi, in questo caso tessili.
Non c’è confine quando la dedizione e l’approccio alla progettazione di interni riguarda un singolo prodotto rispetto ad un intero ambiente, perché l’attenzione, le conoscenze adoperate, la ricerca, l’esperienza che subentra, e soprattutto la passione e l’entusiasmo, sono le medesime quando si tratta di realizzare un runner per la tavola o una intera cucina con tutte le sue molteplici dinamiche.

Il percorso è stato naturale, come una chiamata, come una vocazione a cui rispondere… Con Materiaprima Crea ho voluto dare spazio al complemento di arredo perché, come dice la stessa parola, qualcosa che completa e arricchisce e questo qualcosa è portatore sano di riconoscenza alle proprie radici, alla propria terra, alle proprie esperienze ma anche…una riconoscenza particolare a mia madre.

Ho provato

Ho provato a definire la figura professionale dell’Interior Designer, perché questo sono, ma sono anche all’occorrenza una Decoratrice (dipingo murales e mobili con rinnovati look), sono una Pittrice (dipingo quadri con varie tecniche), sono un’Artigiana (cucio e ricamo tessile su complementi per la casa) e se tutto ciò all’apparenza può sembrare una presunzione o un’eccessiva e vanitosa condizione di stima personale, è in realtà esattamente il contrario…

Questo variegato mondo dell’Interior, ampio sicuramente e così stimolante, a volte diventa in realtà un vero e proprio problema di identificazione che, al contrario, la nostra società commerciale ci chiede. La settorialità, la specifica competenza, l’essere preparati in un solo ed unico ruolo, il circoscritto ambito in cui operare, la dedizione assoluta ad un contesto con le sue prerogative riservate, in realtà sono tutti elementi che vengono richiesti e premiati nel mondo del lavoro, a dispetto di una poliedricità spesso guardata con sospetto.

La scorsa settimana, nell’incontro conoscitivo con un nuovo cliente arrivato in seguito ad un felice passaparola e dopo aver visionato un mio intervento di progettazione e relooking di un appartamento per un B&B, in cui ho anche realizzato un piccolo murales, mi sento chiedere in maniera spontanea: “Ma lei precisamente cosa fa???” Una domanda apparentemente innocua e lecita si trasforma in un immediato momento di riflessione, in cui raccogliere e raccogliermi tra pensieri profondi e, dopo una piccola iniziale difficoltà a rispondere, mi sono guardata dentro e con altrettanta spontaneità ho detto: “Sono l’Interior Designer che ha progettato il tutto e realizzato, ove richiesto, con mano”.

Se domandiamo a Google, o a chi per lui, di cosa si occupa un interior designer e quale sia la sua competenza, ci viene risposto: “La competenza richiesta di un interior designer si riferisce alla sua capacità di spaziare e operare con preparazione in molteplici ambiti e settori collegati al design degli interni. Questo livello di competenza implica non solo una profonda conoscenza delle tecniche di progettazione e degli aspetti estetici, ma anche una comprensione delle dinamiche funzionali, tecniche, economiche e ambientali che influenzano gli spazi interni. Il ruolo di un interior designer con competenza ampia è quello di essere un professionista poliedrico, capace di coordinare e integrare diverse discipline e conoscenze per realizzare ambienti che siano funzionali, estetici, innovativi e sostenibili, rispondendo alle esigenze di clienti e contesti diversi”.

Poliedricità…ecco finalmente un termine riassuntivo e personalmente amato, che mi risponde e mi corrisponde. Così è stato di nuovo partire da quello che sono, che mi appartiene e posso esprimere, perché diversamente sarebbe una forzatura non leale e non consona al mio fare. Incasellare visioni, stringere specifiche a senso unico con un unico stile, non fa al mio caso. E abbiate pazienza se poi mi “prende la mano”, in senso letterale, nel dipingere custom una parete o una tela, o cucire quel cuscino che può fare la differenza!
Essere “riconoscibili” in tutti i progetti che vengono richiesti, a volte, a mio avviso, può avere una connotazione non del tutto positiva, perché significa imporre un proprio stile e soprattutto non qualificare ed esaltare le esigenze della propria clientela che è variegata e diversa. Non imporre, ma condurre con attenzione e rispetto, non avere un unico binario, ma abbracciare più ipotesi di percorsi, nella fattibilità e concretezza dei risultati.

Quindi…

Io continuo ad amare i patchwork, i mosaici e i collage, ma soprattutto amo ascoltare la committenza che desidera un progetto capace di corrisponderle.

E metterci la faccia e le mani!